Piano comunale delle coste.

Produrre oggi un Piano Comunale delle Coste, pone il problema della frammentarietà del vigente quadro di norme e leggi. Per quanto gli obiettivi dichiarati da norme e indirizzi siano di integrata visione, oggi spesso ci si muove nel pianificare gli esili ambiti delle aree di proprietà demaniale. Questo PCC non lo fa, perché estende in modo integrato lo studio interdisciplinare e le previsioni urbanistiche ai 300 m. dalla battigia. A titolo di contributo, seguono alcune riflessioni, di metodo e di merito, sulla bozza di PCC presentato.

Secondo Francesca Calace (Politecnico di Bari) “ un approccio efficace alla pianificazione costiera non può restringere il campo di analisi e di azione all’esiguo spazio demaniale costiero, ma deve invece considerare un sistema più ampio e complesso che si incardini su una sezione di territorio a profondità variabile in grado di agganciare l’intero ambito di paesaggio costiero a cui appartiene lo stesso Demanio marittimo, non limitandosi nemmeno alla fascia dei 300 m dalla linea di costa della tutela paesaggistica statale, limite troppo rigido e senza alcun legame con il contesto.” Non è possibile, infatti, evitare di guardare alla costa come la proiezione al mare di un sistema territoriale complesso e diversificato in quanto a caratteri identitari, paesaggistici e funzionali. Al di là del sottile spessore di costa imposto da una letterale applicazione delle norme, il Piano delle Coste può essere più efficace solo se si applica un approccio multiscalare e multisettoriale, che integri la fascia demaniale -possibilmente non fermandosi, come nel Piano presentato, al solo spessore dei 300 m oggetto dei vincoli paesaggistici- con il sistema delle conoscenze, i quadri interpretativi e le scelte progettuali e normative della pianificazione generale dell’ampio e complesso territorio che vi gravita. Proprio le scelte contenute nel piano proposto e illustrato, e soprattutto la scelta di aver esteso le aree di studio e di proposta oltre i limiti burocratici degli adempimenti propri di questo strumento di pianificazione, ci spingono ad incoraggiare l’Amministrazione Comunale nel fare un ulteriore sforzo di completamento del PCC, sia pur non espressamente richiesto dalla L.R. n. 172015, al di là della pura ottemperanza alla stessa legge, oltre a tutte le normative di riferimento obbligatorie come già fatto nel Piano. Ricordiamo che “Lecce è il suo mare” è stato uno slogan, ma ancor prima è nato per “definire un programma di azioni di rivitalizzazione architettonica, sociale, ambientale ed economica in grado di ricucire la costa alla città.” E’ un’immagine ampia del significato e del ruolo fondante che la costa leccese assume per la città, per le aree rurali interne comprese tra la costa e la città e per l’intero territorio comunale.

Inoltre, è ormai chiaro che le politiche per la città e il territorio, messe in atto dall’Amministrazione Salvemini, tengono conto non solo delle esigenze della tutela naturalistica e del turismo balneare, ma anche degli altri caratteri costitutivi e di uso: il patto città campagna, l’armatura delle Infrastrutture, la valorizzazione dei beni patrimoniali della città pubblica. Pertanto, la qualità dei tratti costieri fortemente antropizzati (a partire da quello di San Cataldo) devono intendersi come waterfront urbani da qualificare, per i quali è prioritaria un’attenta analisi dei sistemi insediativi dell’entroterra per non attribuire loro esclusivamente il disvalore di detrattori paesaggistici ma anche, ove possibile, la risorsa di valori recuperabili. A tale riguardo, è necessario approfondire il ruolo (anche dal punto di vista dei diritti di proprietà e d’uso) del Consorzio di Bonifica e degli effetti della legge che disciplina i beni del Demanio Regionale sul regime proprietario e d’uso dei suoli dell’Ex Ersap. La diversificazione ed i peculiari caratteri dei diversi ambiti costieri, impongono un Piano sensibile a queste differenze e specificità, che non vanno omogeneizzate normativamente e urbanisticamente ma, al contrario, andrebbero esaltate. Naturalmente, gli usi e i sistemi delle tutele dei diversi tratti di costa, come è stato in parte fatto, dovranno necessariamente essere messi in relazione con i caratteri e le funzioni degli spazi retrostanti ed in particolare con la città e degli altri contesti urbanizzati. Proprio per lo sforzo in più, mostrato dalla bozza di PCC rispetto ai meri adempimenti burocratici ed alle competenze specifiche di un PCC e consapevoli che sarebbe compito del PUG, riteniamo che sarebbe opportuno approfondire la individuazione e declinazione delle differenze e diversità di ogni marina, sia rispetto alla loro specifica consistenza materiale e immateriale, sia nel rapporto di ognuna di esse con il resto del territorio a partire dalla città e attraverso la campagna intermedia. Anche individuando politiche, strategie ed eventuali dispositivi e indicazione di interventi, attraverso i quali caratterizzare le differenze e le diverse forme di integrazione e relazione con la città. Questo percorso richiede però una condivisione con i Comuni contermini che comunque sono cointeressati all’uso delle marine sotto diverse forme a partire dalla residenzialità in alcune, dalla contiguità con altre. E’ impensabile per esempio dare soluzioni al lungomare di San Cataldo senza condividerle e concordarle con il Comune di Vernole, che altrimenti risulterebbero parziali ed inefficaci. Oppure le marine di Torre Chianca, Torre Rinalda e Spiaggia Bella che sono vissute soprattutto da cittadini di altri comuni e non da leccesi. L’occasione può essere data dall’allora redigendo e annunciato (nella prima Giunta Salvemini) Atto di Indirizzo del PUG la cui presentazione non ha avuto seguito per le note vicende amministrative. L’Atto aiuterebbe ad inquadrare le scelte operate nel PCC (e non solo) all’interno di una visione lunga dell’Amministrazione Comunale, circa l’idea di programmazione e gli indirizzi per una pianificazione organica e complessiva del territorio comunale, entro cui si colloca anche il Piano delle Coste, come il resto della pianificazione di settore di competenza comunale. Ci sembra sia da condividere questa indicazione di Silvia Serreli (Università di Sassari): “ Ancora, la natura e gli usi degli spazi urbani della città dovranno comportare che la distribuzione degli usi nella fascia demaniale non obbedisca al solo obiettivo della valorizzazione del demanio in termini di redditività per le casse pubbliche, ma anche a far sì che la costa fornisca ai contesti urbani quelle dotazioni di cui essi sono carenti, quindi anzitutto spazi collettivi di elevato valore ambientale e sociale, dotazioni di nuova concezione rispetto ai tradizionali standard, luoghi disponibili all’imprevedibilità che caratterizza lo spazio pubblico ”.

In sintesi, il PCC di Lecce ci sembra, allo stato, sostanzialmente condivisibile, sia per il grado di approfondimento conoscitivo del tratto di costa interessato, sia per alcune scelte coraggiose e sperimentali (ci si riferisce alle proposte di utilizzo multiplo delle aree costiere, alle modalità di mantenimento delle strutture balneari virtuose, ai sistemi di monitoraggio, all’estensione delle aree di studio oltre quelle demaniali in termini di definizione di indirizzi generali da “agganciare” ad ulteriori pianificazioni del territorio comunale. Un’ultima riflessione a margine. Civica, in quanto espressione della maggioranza politica che sin dall’inizio sostiene Carlo Salvemini, riconosce al Sindaco ed alla Giunta il merito di avere iniziato a perseguire, nelle attività di governo cittadino, le pratiche di partecipazione. Ma richiama anche, come fatto più volte, sulla necessità di migliorarle coinvolgendo con maggiore efficacia i corpi intermedi e, con il loro aiuto, i cittadini, sin dal momento delle scelte politiche e della loro definizione, con pratiche di effettivo co-working, in quanto a metodi, scelte e azioni. Si deve, insomma, rafforzare la cittadinanza attiva sperimentando nuove forme di democrazia partecipativa e deliberativa che, assieme alle istituzioni rappresentative, costituiscano una sfera pubblica aperta e dinamica, capace di individuare consensualmente nuovi percorsi di dialogo e condivise modalità di governo della città. Il cammino fatto finora, comunque, insegna che il livello della comunità cittadina è quello nel quale si può mettere in pratica un cambiamento vero e sostanziale nell’approccio alla questione della democrazia e della partecipazione.

Lecce, 5 ottobre 2019